Sono passati trentun’anni ma resta, amarissima e dolorosa, la sensazione che l'Europa non abbia ancora fatto fino in fondo i conti con quel che accadde a Srebrenica nei tre anni d'assedio stretto dalle milizie serbe e in particolare nei sette giorni successivi alla resa. Era l'11 luglio 1995. Dal 12 al 19 le milizie del generale Mladić ammazzarono un migliaio di prigionieri al giorno, per un totale di circa diecimila musulmani, inclusi alcuni minorenni e molti anziani. Una strage che avvenne sotto gli occhi delle Nazioni Unite. Eppure in quella settimana nessuno tra chi doveva sapere o quantomeno intuire (Onu, governi occidentali) tentò di fermare la strage. Un genocidio accertato, confermato anni dopo. Emir Suljagic, nel suo diario dell'assedio (Cartolina dalla fossa. Diario di Srebrenica, edizioni Beit, ripubblicata nel 2022 da Marotta e Cafiero ), ha ricostruito un documento che regge il tempo e fa riflettere. Era l’interprete delle Nazioni Unite, aveva vent’anni quando le milizie serbe presero Srebrenica. Si salvò grazie al suo ruolo nel quale fu testimone del "freddo, quasi burocratico disinteresse" del personale civile e militare della missione Onu, "un tradimento compiuto da persone che, secondo ogni standard, erano istruite e intelligenti: da uomini che in quei giorni non ebbero coraggio o non vollero essere uomini". In questa galleria di vili spicca il comandante dei caschi blu olandesi, il colonnello De Haan. All'arrivo dei serbi si mostrò arrendevole (per usare un eufemismo), al pari dei suoi uomini. Non voleva guai. Cancellò di suo pugno il nome di un diciannovenne che gli interpreti avevano inserito surrettiziamente nella lista del personale Onu autorizzato dai paramilitari serbo bosniaci a lasciare la città. Costretto a rimanere a Srebrenica, il ragazzo venne ucciso pochi giorni dopo. Dall’altra parte, quasi simmetricamente, vi furono l’illusione e l'incapacità di comprendere fino in fondo il pericolo da parte dei cittadini della città dell’argento, i quali, scrive Azra Nuehefendic nell'introduzione a Cartolina dalla fossa, "ogni sera si addormentavano con l'idea che l'indomani qualcuno li avrebbe soccorsi, rimediando il terribile torto per il quale stavano soffrendo, che l'ingiustizia si sarebbe risolta e che l'incomprensibile indifferenza del mondo per le loro sofferenze non poteva essere reale". Nel 1993 le Nazioni Unite avevano dichiarato Srebrenica safe haven, zona protetta. Quando però i serbi lanciarono l'assalto finale il vertice della missione Onu reagì con una lentezza probabilmente calcolata. Per quanto fosse nella loro potestà chiedere all'aviazione americana di fermare i serbi bombardandoli, di fatto si lasciò che Srebrenica cadesse. Perché? Secondo una tesi, la città e i suoi abitanti erano la moneta con la quale il comando Onu aveva comprato la liberazione dei caschi blu sequestrati dai serbi due mesi prima. Inoltre è probabile che i governi europei vedessero con favore la caduta dell'enclave, l'unica "isola" musulmana in quella parte di Bosnia, nel calcolo che poi sarebbe stato più semplice arrivare ad una spartizione territoriale, come in effetti avvenne con gli accordi di Dayton. Il risultato fu che l'Onu rimediò la figura più miserabile in cui fosse mai incappata. Quell’incomprensibile indifferenza del mondo, ancora a distanza di tempo, chiama in causa non soltanto i governi ma anche le opinioni pubbliche europee, compresa la nostra. Eppure chi ne aveva desiderio poteva capire facilmente quel che avveniva dall'altra parte dell'Adriatico. Vi fu anche chi agì richiamando l’attenzione, cercando di mobilitare le coscienze, cercando di organizzare aiuti umanitari. Non mancarono voci autorevoli cui prestare ascolto. Il Nobel per la pace Eli Wiesel nel 1993, durante l'inaugurazione del Museo dell'Olocausto a New York, si era rivolto così a Clinton: "Signor presidente, c'è una cosa sulla quale non posso tacere. Sono stato nell'ex Jugoslavia e non riesco a dormire per quello che ho visto. Le chiedo di fare qualcosa per fermare le uccisioni. Qualcosa deve essere fatto. Stanno ammazzando anche i bambini". Quante furono le voci che si alzarono? Quelle di giornalisti come Adriano Sofri, di Pax di pacifisti e “costruttori di ponti” come Alexander Langer, dei Beati costruttori di pace e di Pax Christi di Monsignor Bettazzi e Don Tonino Bello. Troppo poche. La maggior parte degli italiani preferì voltare la testa dall’altra parte. La lezione resta, comunque. Ora che Milosevic e Ratko Mladić sono morti e Radovan Karadžić sconta l’ergastolo nel carcere inglese di massima sicurezza di Parkhurst, sull'Isola di Wight, parte del mondo serbo continua a celebrarli come eroi nazionali. In questo modo i criminali restano autorità, la malvagità viene eletta a coraggio, gli assassini diventano paladini del peggior nazionalismo. E la radici sta in quelle terre bagnate dal sangue. "Fummo ricacciati in una società primordiale, priva di leggi", scrive Suljagic che oggi è il direttore del Memoriale di Srebrenica in Bosnia. Tra le storie terribili delle migliaia di uccisi a Srebrenica, molti dei quali ancora senza una tomba, spiccò il paradosso di Nezir Omerovic. Da giovane aveva recitato la parte di un partigiano sgozzato dai fascisti serbi, i cetnici, nel kolossal cinematografico La Battaglia delle Neretva. Fatto prigioniero dai serbi nei giorni successivi alla caduta di Srebrenica, morì proprio in quel modo: sgozzato dai nuovi cetnici. Eppure quel film in cui aveva recitato la propria morte apparteneva al genere che doveva servire a monito, perché tutto questo non accadesse più.
Marco Travaglini


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